I luoghi fisici LGBTQ+ vanno sparendo ed è un male.

Parliamo di quanto siano importanti i luoghi, reali e digitali, per la nostra comunità. Come comprenderli e come abitarli in un periodo di lotta e resistenza.


Essendomi trasferito in una nuova città da un paio d’anni (sono al mio diciannovesimo trasloco della mia vita, confido sia l’ultimo) ho l’arroganza di avere ancora uno sguardo distaccato e non viziato da precedenti e persistenti vissuti; vogliamo chiamarla etnologia? Non mi spingerei a tanto.
Ma l’antropologia dell’abitare è sicuramente la lente con cui capire perché i luoghi identitari sono così importanti per la comunità minoritarie, comprendere come funzionano e soprattutto perché vadano preservati. Orientarsi, significa questo no? Conoscenza, organizzazione dei luoghi e direzioni visibili e invisibili.

Ci sono alcuni luoghi che storicamente sono legati ai corpi gay maschili e che hanno attraversato la storia senza flessioni: dai porti notturni raccontati da Jean Genet in Notre-Dame-des-Fleurs e poi da Fassbinder in Querelle de Brest, la Montagnola nella Bologna di Tondelli, fino ai boschi nelle prossimità di città e paesi come negli anni ’20 in cui le squadracce dell’OVRA pestavano e catturavano omosessuali da mandare al confino.
In una città piccola come Campobasso che attraversava gli anni ’80, quando io ero ragazzetto, l’unico luogo deputato all’essere gay era il cesso della stazione.


Il cesso della stazione dei treni è spazio occupato e indossato dalla nostra comunità che attraversa i secoli: da Traiano alla guida Spartacus, così celebre prima dell’omicidio per mano del luogo digitale Grindr, che ne ha preso il posto, diventando il cesso del multiverso.

Come abitiamo lo spazio fa la differenza: il luogo si inscrive nella nostra identità e la nostra presenza definisce il luogo. Stiamo quindi parlando di uno spazio relazionale e identitario, costruito storicamente attraverso i rapporti di un gruppo di persone che ha deciso di abitare quel luogo, ricco di segni e significati culturali.
Abitare non è un termine a caso: io abito a Firenze da un paio d’anni, che significa che vivo a Firenze, che sono cittadino di una comunità.
Abitare è essere; essere è abitare corpi e spazi. L’habitus è sia giuridicamente un comportamento, che biologicamente un corpo.

Altra premessa poi andiamo al dunque, giuro.
Uno spazio culturale per essere rilevante deve essere: identitario, ovvero riconoscibile dai corpi culturali;
relazionale, in cui si sviluppino relazioni, si tessano trame e azioni; e infine storico, nei segni e nei significati, come dicevamo, reiterazioni di presenza.

Per comprendere la rilevanza di un luogo indossato dai nostri copri è forse utile pensare a Marc Augé e alla sua definizione di nonluogo: stazioni, aeroporti, centri commerciali, luoghi di passaggio atti solo alla circolazione e al commercio. Luoghi in cui non si stringono relazioni, non si abita: eccoci qui.

Un luogo riconosciuto e deputato alle identità discriminate è salvifico.
Avevo quindici anni nella metà degli anni ’90 e sapevo che il Cassero a Bologna era il luogo di appartenenza. Ho preso un treno, tredici ore di viaggio (sì, durava così il viaggio dal Molise a Bologna) solo per entrare in quel luogo non ancora maggiorenne. Quel luogo che anche non avendolo mai vissuto sapevo che era casa. In questo sta tutta la potenza: casa, sicurezza, validità.
La necessità di abitare i luoghi è bisogno, è necessità di vita e di essere.

Sempre a parlare di me ragazzino! Lo so, mi annoio da solo.
Alla fine anni ’90, scendevo spesso a Firenze da Bologna per visitare una delle mie migliori amiche, Valeria.
Si andava al Tabasco, il primo locale LGBTQ+ d’italia, aperto nel 1974 nell’antica cripta di Santa Cecilia, protettrice della musica e dei musicisti. Per dirvi, è il luogo dove Dante incontra Beatrice.
Piccolo e sotterraneo, il bello del Tabasco è che stava dietro Piazza della Signoria, in vicolo dei Malespini, ed è stato chiuso qualche anno fa.
Su questa chiusura continuo a pensarci da quando mi son trasferito qui: chiedermi della cancellazione di un luogo così importante per la comunità queer mi ha portato ad annoiarvi con questo post.

Quanta memoria detiene un luogo deputato alla storia di un’intera comunità?
Le intere storie di tutte le identità che l’hanno abitata. Quando un luogo conserva una memoria secolare e quell’identità permea la città stessa, si può percepire il flusso di vita di un’intera collettività.
Firenze nella prima metà del ‘400 aveva un Tribunale dedicato alle accuse di sodomia, con più di 14000 denunce su 40000 abitanti.
C’è questa lettera di Macchiavelli a Francesco Vittori che racconta di quella volta che con Giuliano Brancacci sono andati a “battere”, a cercar ragazzi, e traccia una mappa precisa e molto interessante.

Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l’altre ne passò gli usciolini sonati l’Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, tirar vento, et piovigginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpe grosse, cinseisi un carnaiuolo, tolse un frugnuolo, una campanella al braccio, et una buona ramaita.
Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de’ Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiaschi che lo mettono in mezzo;
et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battaglio, et sotto la parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Franceschi si ridusse sotto il tetto de’ Pisani; dove guardando rittamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano; et quello intrattenendo e trovandogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì dua penne della coda et infine, secondo che più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di d
ietro.

La ramaita era un bastone per catturare gli uccelli ma anche una manciata di ramini che erano i quartini del Fiorino, che era invece d’oro, da qui il gioco neppure troppo sottile tra cercar sesso a pagamento con un uomo e andar a cercare uccelli. Interessante è dove Brancacci sa di trovare incontri, un luogo deputato, conosciuto in città: via Francesco Calimala, la tettoia dei Pisani e il vicolo dietro, quello dei Malespini proprio dove sorgerà il Tabasco cinquecentocinquant’anni anni dopo, il primo locale LGBTQ+ d’Italia.

Quanto sono importanti i luoghi deputati alle comunità?
Tanto da attraversare i secoli e per questo vanno rivendicati, occupati.
Ci appartengono, sono nostri.
E i luoghi digitali? Sono importanti? Possono convivere? Quanto dureranno?
Forse ne parliamo un’altra volta: ora questa città prende il sopravvento, ma rimette tutto in prospettiva.

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