La fantascienza omofoba

La mia riflessione parte da due importanti notizie di questa settimana: la prima coppia gay nella saga di Star Trek e l’ingresso di un’attrice nel ruolo del Doctor Who.

La nuova stagione di Star Trek, che si chiamerà Discovery e verrà distribuita da noi da Netflix, è un ottimo segnale su quello che a me pare sempre più un enorme elefante nel salotto.

La serie verrà prodotta dalla CBS e uno dei produttori è Brian Fuller che oltre ad essere uno dei miei autori preferiti, lavorò negli anni ’90 alla produzione di Star Trek Voyager. L’impegno di Fuller è stato chiaro fin dall’inizio: la nuova serie sarebbe stata più inclusiva sui temi LGBT. Così ecco inserire nella storyline il medico di bordo Dr. Hugh Culber (interpretato da Wilson Cruz) in una relazione con il Luogotenente Stamets (interpretato da Anthony Rapp).
La prima coppia gay nella saga di Star Trek. Dopo 51 anni. Aspettate, lo ripeto per il SEO della nostra memoria: DOPO 51 ANNI. 

Sì, c’è stato il Sulu dell’ultimo film, ma ho come l’impressione che ce ne siamo accorti in tre del marito che va a prenderlo alla stazione spaziale, (con l’aggravante di un bacio censurato); diciamo che finalmente una coppia gay ha rilevanza nella trama, anche per i più distratti.

In più ho come l’impressione che la serie abbia una forte impronta femminista, non solo per la protagonista e per il capitano della nave (no, non potrei mai dimenticare  Kathryn Janeway, di Star Trek Voyager) ma per una scrittura epica che -vivaddio- dagli slo-mo di Wonder Woman arriva fino alla grinta di Sonequa Martin-Green e l’intensità di Michelle Yeoh. E non trovo per nulla casuale ambientare questa nuova storyline 10 anni prima quella della classica con Kirk e Spok, anzi. Ma a questo ci arriviamo dopo.

Prima di tirare le mie somme, volevo riassumervi anche l’altra notizia che ha intasato il mio newsfeed per BEN DUE GIORNI (che nell’unità di misura dei social equivalgono a circa TRENTORDICI ANNI UMANI, tantissimo).

La BBC annuncia che il nuovo Doctor Who sarà una donna, la bravissima Jodie Whittaker. Ai niubbi spiego che il Dottore è il Signore del Tempo, un alieno viaggiatore del tempo che viaggia in una sorta di cabina telefonica blu, il TARDIS, per salvare intere civiltà. In ogni stagione l’alieno ha un’incarnazione diversa, una rigenerazione, un processo vitale in cui cambia fattezze e anche personalità. Quest’anno cambierà anche sesso. Dopo 54 anni. Aspettate che lo ripeto per il nostro SEO della memoria: DOPO 54 ANNI.

Veniamo alle considerazioni.

Tralasciando che dopo 50 anni uno si aspetterebbe commenti del tipo “Oh, finalmente!” oppure “Ce ne hanno messo di tempo!” e invece no, anche in questo caso il trailer sulla miseria umana è stato proiettato ai nostri occhi in IMAX 3D.
Quello che mi fa riflettere sono i limiti di una fantascienza che è stata capace da sempre di predire solo un futuro tecnologico, pochi esempi di futuri politici (tre esempi di distopico e non di più), sicuramente un futuro architettonico e qualche imbarazzante esempio di futuro della moda (si salva solo La Decima Vittima). Qualche riflessione sociale che non si discosti dalla divisione manichea tra ricchi e poveri? Pochissimi.

Ma perché non ci si è mai sforzati di immaginare un futuro -e quindi un’evoluzione negli esempi non distopici- anche per quanto riguarda i ruoli di genere, gli orientamenti sessuali o le transizioni di genere?

Sarà mai credibile il futuro della prima serie di Star Trek in cui il patriarcato rappresentato era quello diretto degli anni ’60? Un futuro in cui le donne sono relegate ancora in seconda e terza fila? Ecco perché l’inserimento di Discovery, 10 anni prima della serie originale nella continuity della saga, è una decisione anche strategica, oltre che creativa, per andare a riempire un futuro che in fondo non lo era per niente.

Se guardassimo le prime puntate di Star Trek senza gli occhi del fanatismo e dell’amarcord, ci troveremmo abbastanza vicini alla letteratura della Atwood: su 7 personaggi principali la sola donna era Uhura.
Sul fondo.
Di spalle.
Ufficiale delle comunicazioni.
Che immagino si possa tradurre come la versione sci-fi della centralinista.
(Good point: era afroamericana e soprattutto Nichelle Nichols magna in testa a millemila personaggi maschili ancora oggi).

Quindi si è stati capaci di immaginare complicati scenari tra galassie, mezzi ipertecnologici che scompongono molecole per proiettarle a milioni di anni luce, intere biologie fantastiche, bestiari multicolore ibridati, buchi neri, smagliature spaziali, frullatori del continuum temporale, ma niente, immaginare che tra 500 o 1000 anni due persone dello stesso sesso possano sposarsi o che una donna possa uscire dalla cucina, no. Che fatica. Troppo futuro. Rivoglio il Dottore col cazzo.

Non è un caso che film e serie TV che propongano una fantascienza alternativa, una in cui non sia l’evoluzione tecnologica a essere motore, stanno avendo sempre più successo. Il già citato The Handmaid’s Tales è una manna dal cielo; The Arrival ha parlato di alieni e viaggi nel tempo tirando in ballo non macchine o Delorean, ma linguistica e semiotica. Siamo arrivati ai temi civili per inerzia, per asfissia creativa, ma ci siamo arrivati. Ci manca l’ultima spinta. Loro hanno iniziato a darla, finalmente.
Per tutti gli altri, se non volete aprirvi al futuro, apritevi almeno alla fantascienza: è un buon esercizio mentale.

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