In Avengers Academy arriva Union Jack, supereroe gay

giovedì, giugno 23rd, 2016 by geekqueer

Marvel Avengers Academy, è un popolare videogioco per mobile in cui la celebre squadra di supereroi viene ripensata come in un teen-movie da high-school.

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La squadra di studenti capitanata da Nick Fury, ha introdotto un supereroe gay nella sua fila. Nella quest “British Invasion” i giocatori possono reclutare eroi britannici come Capitan Bretagna e appunto Union Jack per aiutare a liberare Black Knight posseduto dalla maledizione della Eban Blade. Nel corso del gioco Black Widow sottolinea che Union Jack -alias la super-spia Brian Falsworth– sia il primo ragazzo dell’accademia su cui non riesce a far colpo.

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“Senza offesa, ma non sei il mio tipo”, e quando lei chiede spiegazioni, rincara la dose “Ti sto dicendo che sono gay”.
Nel mondo della Marvel Comics tradizionale, Brian Farnsworth – Union Jack è un eroe della Seconda guerra mondiale e rivela di avere una relazione con un
altro eroe, Roger Aubrey in arte Dyna-Mite o Destroyer.

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Strage di Orlando: cerco un programma di rieducazione emozionale

mercoledì, giugno 15th, 2016 by geekqueer

Che la peggiore strage degli ultimi anni sia stato a scapito delle persone gay lesbiche e transessuali purtroppo non stupisce: l’odio per le persone LGBT è forse il più trasversale della nostra società.

Quello che è accaduto mi ha scosso profondamente: son giorni che non solo non riesco a godere dei momenti di riposo, il mio pensiero è fisso alle pagine dei giornali, alle foto e ai video in rete, ma soprattutto sento un forte senso di responsabilità per quello che è accaduto.

Dico responsabilità e penso a senso di colpa.

Perdonatemi se i concetti che esporrò possano sembrarvi scontati, inesatti o poco stimolanti, sto cercando come tutti di mettere ordine alla confusione emotiva della tragedia accaduta.

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A seguito dell’approvazione della legge ugualitaria per i matrimoni in US (come quella delle unioni civili qui in Italia), la questione lgbt non è mai stata così protagonista della cronaca. Immagino che la strage del Pulse di Orlando faccia parte di un colpo di coda, un ultimo tombino scoperchiato di resistenti all’ignoranza, al rifiuto, alla cecità di chi non vuole affrontare, misurarsi e infine comprendere.

È la stretta finale: abbiamo raggiunto traguardi che costringono anche chi non voleva, a fare i conti con la nostra visibilità e soprattutto con i loro demoni interiori. Martin Luter King fu assassinato quattro anni dopo l’approvazione del Civil Rights Act, quando l’America si avviava verso la completezza delle leggi antirazziali del 1968, quando la rivoluzione era ormai ovunque, inarrestabile.

Mi ritrovo a cercar di capire (che stanchezza, tocca sempre a noi capire?) quale sia il motore propulsivo di un’onda di violenza verbale che mi affoga quotidianamente con flusso costante.
Le barriere di cosa è lecito dire e cosa no, sono abbattute da tempo: pronunciare o scrivere determinati pensieri di odio vuol dire sdoganarli, farli entrare in una discussione che la storia ha già risolto e giudicato.
Che lo facciano poi politici, persone in vista e modelli anti-culturali inquina la lingua, infetta i pensieri. Peggio: giustifica il ripeterli.

Vedo compagni e compagne, amici e amiche, impegnarsi ore e ore a spiegare assurdamente a sordi impenitenti cosa sia violento e cosa no, chi discrimina e chi è discriminato, cos’è omofobo, transfobico e cosa no.
E soprattutto rimettere in discussione anche chi deve decidere su questo, in uno scambio di significanti in cui addirittura la vittima viene additata come discriminatore del carnefice perché si sottrae o difende.
Ma comprendo che il livello di preparazione culturale sia spaventoso e di una preoccupante povertà umana: vedo incapacità di empatia, un’ignoranza endemica irreprensibile, uno stallo che mi spaventa.

Ora mi autocommisererò per un momento.

Beati voi che vi sentite motivati dopo questa tragedia, io sono ferito, senza forze.
Beati voi che non sapete cosa significa leggere giudizi di morte ogni giorno.
Beati voi che alle foto delle vittime, non leggete il vostro nome sostituito a quelle didascalie.
I ho paura, altroché, e non che qualcuno possa uccidermi, ma perché sento che le mie armi hanno perso contro un fucile d’assalto. Questo sentimento di sconfitta mi spaventa.

Ho bisogno di un programma educativo emozionale che mi aiuti a rialzarmi.

Qualche giorno fa il mio amico Paolo ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una lista di film che descrivono la cultura lgbt degli ultimi anni, invitando tutti ad avvicinarsi ad essa. Un altro amico ha detto ai colleghi di essere gay e altri due hanno pubblicato la foto della loro proposta di matrimonio. L’ho trovato un tentativo di rieducazione, di raccogliere i pezzi, di scartare le lacrime e ritrovare la tenerezza.

È forse questa la soluzione? Dovremmo ricominciare forse ad educarci, tutti assieme, magari scrivere un programma di educazione sentimentale per noi stessi e per chi ci sta attorno?
Abbiamo una cultura che ci racconta, che ci rappresenta, che può consolarci, una cultura di coraggio e coming out; riniziamo ricordandoci chi siamo.
Fare coming out è affermazione di ciò che si è, è un buon punto di partenza, no?

Le 49 persone uccise e le 53 ferite al Pulse di Orlando sono state uccise non in quanto “persone” o “americane” (come ho letto da altri confusi indecisi tra lotta politica e aforismi da diari adolescenziali), bensì in quanto gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
È la nostra identità, non è un’etichetta, sono parole e le parole servono a comprendere. Le etichette sono scomode solo quando non le si possono cambiare e le nostre sigle sono tantissime, liquide, aperte. Sono parole così potenti che spingono persone a fare gesti folli pur di cancellarle.

Allora riniziamo daccapo, attuiamo questo programma: mi chiamo Luca e sono gay, anzi, sono orgoglioso di essere gay, proprio come le vittime del Pulse di Orlando.

 

The Sims 4 abbatte i confini di genere

giovedì, giugno 2nd, 2016 by geekqueer

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Guardate bene quest’immagine qui su, perché il genere fluido ha conquistato finalmente anche il gioco della Maxis. In realtà The Sims è sempre stato precursore di buoni costumi culturali e sperimentazioni di simulazione sociale: dalle unioni civili del secondo capitolo, al matrimonio egualitario del terzo. Ora l’ElectronicArts ha abbattuto l’ultima barriera, quella del genere.

 

In precedenza, i giochi Sims (tra cui il più recente capitolo, The Sims 4) hanno sempre limitato vestiti, acconciature e altre opzioni a un genere oppure ad un altro.

Oggi, l’Associated Press della Maxis ha rilasciato un aggiornamento che rimuoverà i confini di genere nella creazione del personaggio.
Indipendentemente dal sesso, in The Sims 4 si potrà intrecciare corpo, voce e abbigliamento di entrambi i sessi: i giocatori potranno ora cambiare generi del proprio Sims ogni volta che vorranno.

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Rachel Franklin, produttore esecutivo di The Sims 4, ha detto a BuzzFeed News: “Ci rendiamo conto che la diversità è bella e grande nel mondo – e il nostro lavoro è cercare di rifletterla che nel gioco.”
Franklin ha aggiunto che il team di progettazione che ha lavorato sull’aggiornamento nell’anno passato, ha lavorato fianco a fianco con la GLAAD per garantire un aggiornamento sensibile a tutti i giocatori del gioco – tra cui appunto i giocatori transgender.
“Siamo sempre felici di vedere come le persone utilizzano il gioco e come le persone giocano il gioco”, ha aggiunto.
“Noi vogliamo che siano in grado di trovare un modo per esprimere se stessi e la loro creatività e dare loro tutti gli strumenti possibili per farlo , per riflettere con precisione se stessi”.

La serie The Sims, come dicevo,  ha permesso relazioni dello stesso sesso sin dal primo gioco (anche se con dinamiche molto, molto difficili), ma transgender, queer, interesessuali e altre identificazioni di genere nel menu di gioco, sono territori nuovi.
E questo è davvero un grande passo.

Generalmente l’abbattimento dei limiti nel roster di personaggio era appannaggio dei MOD per PC (ne esiste uno per The Sims 4 che permette l’inserimento di peli e cicatrici per ricreare un avatar FtoM preciso nei minimi dettagli) , oppure  di sparuti giochi illuminati comealcuni DLC della serie Saints Row .

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C’è qualcosa che sta succedendo in questi ultimi tempi ed è una cosa che mi piace molto: ci stiamo riappropriando di ciò che ci è sempre appartenuto, la nostra rappresentazione. Perché se sei invisibile, come puoi far sentire la tua voce?

Mizhena e i bagni di Baldur’s Gate

lunedì, maggio 23rd, 2016 by geekqueer

In effetti sono un po’ confuso, la cronaca politica e sociale delle ultime settimane si innesta in questioni da wc: ma le persone transgender in che bagno devono andare?

E Mizhena di Faerun, deve chiedere il permesso ai videogiocatori quando le scappa la pipì? Ma davvero nel 2016 la Generazione Z s’infiamma di reazioni così violente per una sfumatura di sessualità?
Su la Stampa, Dario Marchetti ci racconta cosa è successo.

Gay, bi, trans e non solo: le mille sfumature della sessualità nei videogiochi
L’arrivo di un personaggio transgender nel titolo Baldur’s Gate ha fatto infuriare migliaia di giocatori. Ma l’identità sessuale nei videogame è un tema discusso fin dagli anni ‘80

Mizhena è una transessuale. Solo che invece che a Parigi, Milano o New York, vive in una piccola città del regno di Faerun, l’ambientazione che fa da sfondo al videogioco di ruolo Baldur’s Gate. Ma per quanto digitale, l’esistenza stessa di Mizhena ha dato vita a una serie di polemiche piuttosto reali, portando molti giocatori a criticare duramente gli sviluppatori del titolo. “Il gioco mi piace, ma perché ci avete ficcato dentro tutti questi temi di giustizia sociale?”, scrive in Rete l’utente King Midas, mentre su Madness non gradisce “questa roba da politiche gender. Non voglio avere a che fare con questa merda che rovina l’immersività del gioco”.

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Come a dire che in un mondo fatto di elfi, mostri, draghi e magie sia, guarda un po’, proprio un transessuale a stonare con l’atmosfera del gioco. Un’accusa del tutto infondata visto che, solo se interrogata dai giocatori, Mizhena si limita a spiegare di essere “nata maschio, e cresciuta come tale dai miei genitori. Col tempo, ho capito invece di essere una donna: ho creato il mio nome usando sillabe proveniente da varie lingue. Riflette pienamente ciò che davvero sono”.

Certo, nonostante la pioggia di commenti negativi sparsi in Rete, le critiche di questo tipo sono solo una piccolissima parte. Ciò non toglie però che nel mondo dei videogame ci sia ancora un tabù che riguarda l’esistenza di personaggi gay, bisessuali o transessuali. Una simile polemica si era infatti già scatenata qualche anno fa, quando nel gioco di ruolo Dragon Age: Inquisition fu inserito Dorian, un mago elementale che aveva l’unica colpa di essere omosessuale. Allora come oggi, buona parte dei giocatori andò su tutte le furie, con migliaia di lettere spedite agli sviluppatori al grido di “non voglio che mio figlio sia esposto a contenuti omosessuali”, accusando l’editore Electronic Arts di essere vittima delle famigerate “lobby gay”, spesso evocate anche dai politici nostrani.

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Ma l’unica critica davvero sensata, portata avanti da anche molti membri della comunità LGBT, è che spesso questi personaggi non siano scritti poi così bene, trasformando omosessuali e transessuali in stereotipi digitali viventi che niente hanno a che fare con le persone reali. Un problema che però riguarda i videogame a 360 gradi, visto che anche gli etero si vedono spesso rappresentati come montagne di muscoli semoventi o eroine sexy dal fisico perfetto.

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In ogni caso, gay, bisessuali e transessuali sono presenti nel mondo dei videogiochi da molto più tempo di quanto non si creda (…) E non c’è niente di strano: i videogiochi, così come i libri, i film, i fumetti e persino i cartoni animati, ci raccontano non solo il mondo che vorremmo, ma anche il mondo reale, così com’è lì fuori, nella vita di tutti i giorni. Che vi piaccia o meno.

Glielo perdoniamo a Dario il fatto che non conosce Geekqueer o Videogaymes? 😉

The 3 Bitches in The Witcher

lunedì, maggio 16th, 2016 by geekqueer

Chi mi segue da un po’ conosce bene le mie difficoltà con gli RPG (e le mie idiosincrasie con i JRPG). È più forte di me, prescinde dal mio controllo, cerchiamo di evitare le solite lamentele: se non fraggo, non godo.
C’è però un bellissimo action RPG che ha vinto più di 800 premi, è stato uno dei giochi più venduti dello scorso anno e ha stracciato a riconoscimenti pure The Last of Us: parlo di The Witcher 3: Wild Hunt, programmato nella ridente Polacchia dalla CD Projekt RED.

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La trama segue il capitolo precedente, ma mi hanno assicurato sia comprensibile anche a chi gioca solo questo, in cui il bel capellone col cerchietto Geralt di Rivia deve trovare la figlia dell’imperatore, detta Ciri, braccata dalla Caccia Selvaggia.

Il gioco è un open world (significa che perderete ore a capire dove andare) e millanta una mappa 30 volte più grande dei capitoli precedenti e 20% maggiore di quella di The Elder Scrolls V: Skyrim

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Perché ne parlo anche se non c’ho mai giocato? Perché da tempo non facevo l’OSSERVATORIO GEEKQUEER, ovvero quel lungo weekend in cui invece di farmi una vita sociale, mi metto come un Publio Sulpicio Quirinio qualsiasi, a fare il censimento dei personaggi LGBTQI in un videogame. E cosa ho trovato? Andiamo a vedere “Le 3 bitches di Witcher”.

1) Mislav: il cacciatore gay

Mislav lo si incontra nel bosco che spiega ai passanti la differenza tra i cani e i lupi e blablabla. Nel peregrinare tra le fratte, ci si imbatte in un cadavere dilaniato e il cacciatore ci spiega che è il corpo di Ditier, un uomo a servizio del Lord, prima che…

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Geralt:- Prima di cosa?
Mislav:-Prima che mi cacciasse dal villaggio.
Geralt:- Cosa hai fatto?
Mislav:-Niente. Sono un mostro. Scusami, non avrei dovuto parlarne.
Geralt:- Anch’io sono un mostro.
Mislav:-Ma io intendo in un altro modo.
Geralt:-Se sei un licantropo, posso aiutarti.
Geralt:- Cosa?
Mislav:-Licantropia, può essere una maledizione che…
Geralt:- Il figlio del Lord, Florian e io… ci amavamo. Ditier ci ha seguito nelle stalle e mi ha cacciato via… Florian si è impiccato, il Lord ha iniziato a bere e la tenuta è andata in rovina. Questo per fartela breve.
Geralt:- Mi spiace.
Mislav:-È storia vecchia ormai.

2) Elihal, Shantay you stay.

Una delle quest del gioco si chiama “Amanti Perdute” in cui bisogna ricercare tutte le amanti di Dandalion, tenutario del bordello. Capirete che la missione è assai impegantiva, ma non priva di sorprese: la lista dei nomi contenuti in un’agenda conta anche quello di Elihal, e l’indirizzo porta al negozio di un sarto. Bè, questa è meglio che la vediate senza spoiler.

Ma non date nulla per scontato, perché in realtà quando Geralt insinua di sapere cosa sia successo la notte in cui Eliahl e Dandalion si conobbero ubriachi, il sarto tiene a specificare che no, a lui piacciono le donne.

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3) Ciri, che fa coming out

E poi arriva la figlia dell’imperatore, Jessica Chastain detta Ciri, (personaggio giocabile) che durante il relax di una sauna, può confidare di preferire le donne agli uomini, con buona pace dei vari gamers che su Reddit ancora non se ne fanno una ragione.

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Il dubbio è quanto una scena in cui troviamo tre bellissime donne (una avanti con l’età) nude, in un sauna, con un sottotesto di amore lesbico, possa essere a consumo di pruderie prettamente maschile-eterosessuale. Non so. La percezione che ho avuto guardando qualche ora di filmato di gioco è che il tema LGBT non è trattato in maniera per nulla scontata o gratuita. In primo luogo perché il protagonista è sempre accorto ed educato, pur essendo un impenitente e sessualmente molto attivo eterosessuale stregone in una terra di barbari. Che non è poco.
Di seguito perché il personaggio di Mislav il cacciatore è sì una figura piuttosto patetica (ma chi non lo è in un’ambientazione così dura e violenta?), ma rifugge da stereotipi scontati. E quando invece, la figura di Elihal ti porta a ripensare al vecchio pregiudizio dell’indistinto omosessuale/travestito/forse transessuale, ecco che il gioco spariglia le carte: “Cosa vai a pensare? A me piacciono le donne”.

Bonus: la marchetta e la coppia suicida

Come bonus in The Witcher 3, ho trovato anche queste due simpatiche sorprese: una è un doppio suicidio che sembra passionale, l’altra è un solerte professionista del sesso che promuove il suo crawdfunding personale.

Ovviamente vi ricordo che l’OSSERVATORIO GEEKQUEER su The Witcher 3, Wild Hunt è sempre aperto e se volete segnalarmi altri personaggi o situazioni d’interesse, potete lasciare nei commenti le vostre integrazioni.
Ora, perdonatemi, ma io torno a sparare agli zombi di Resident Evil 6.

Life is strange: raccontare una generazione

giovedì, maggio 12th, 2016 by geekqueer

Da quando gioco alle avventure grafiche di nuova generazione (alla David Cage per intenderci) mi interrogo molto spesso sulla reale interazione del giocatore, su quanto le scelte realmente influiscano sulla struttura del gioco, sul senso di libertà e, non ultimo, sul gameplay stesso. Ammetto di essere scettico, e anche se ho amato molto giochi come Heavy Rain, Beyond e tutti i titoli della Telltale, alla fine la frustrazione di aver premuto pochi tasti o la percezione che le mie scelte non avessero modificato più di tanto lo storyline, mi han sempre lasciato insoddisfatto.

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Life is strange non è diverso in questo, anzi forse accentua alcuni problemi appena elencati, ma non potrei mai dire che è un brutto gioco. Quindi mettiamo da parte questo aspetto e concentriamoci su altro.
Da qui in poi è tutto SPOILER.

In questo mio post vorrei elencare gli aspetti più interessanti del gioco della francese Dontnod, evidenziando ovviamente la storia lesbica delle due protagoniste, le loro sessualità liquide, ma soprattutto il vero racconto generazionale, che ho trovato preciso, attento e per nulla scontato.

Per i pochi che non conoscono il gioco vi riassumerò in due righe la storia di Maxine Caulfield una studentessa di 18 anni che frequenta l’accademia d’arte di Blackwell, nella città di Arcadia Bay in Oregon. Nascosta nel bagno della scuola, Max assiste all’omicidio della sua ex migliore amica Chloe e scopre in quell’istante di poter riavvolgere il tempo e cambiare gli avvenimenti. Ma “l’effetto farfalla“, per cui se a est una farfalla batte le ali, qui a ovest io potrei anche trovare un fidanzato, complica un po’ le cose, e la distruzione di tutta la baia è dietro l’angolo. Se immaginate tutto con i filtri di Instagram e una colonna sonora indie di Spotify, avrete un’idea di cos’è Life is Strange.

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Max & Chloe.
La storia della protagonista con la ribelle Chloe dai capelli blu, ha infiammato non pochi siti, forum e pagine social. Mi stupisco sempre della cautela che si usa nel descrivere una relazione omosessuale: è vero che l’educazione sentimentale delle due giovani ragazze si muova tra limiti sottili, liquidi, tra l’affetto e l’attrazione, ma ho trovato che il loro rapporto avesse di ambiguo solo l’insicurezza di un’amore che si rivela. In più quando Chloe ci racconta di Rachel, i suoi termini sono espliciti: era la sua ragazza, le due avrebbero dovuto scappare assieme da Arcadia Bay per andare in California.

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Tra quel primo e secondo episodio, la descrizione dei due personaggi è volutamente sfumata nelle intenzioni, ma forte nella loro rappresentazione e nelle azioni (penso al bacio che Max dà a Chloe in stanza, o le frecciatine sullo stare assieme).
Se avete concluso il gioco, saprete della terribile scelta a cui Chloe vi pone sulla scogliera: tornare indietro nel tempo per lasciarla morire, o sacrificare l’intera cittadina?
Io ho dapprima lasciato morire tutta la baia per fuggire con Chloe (dopo 5 episodi e un intero fine settimana passato con lei, ‘fanculo dei bifolchi di quel buco di culo). A quel punto l’happy end per me è stato completo: le due su un pickup lasciano dietro di sé le macerie, per un futuro assieme.
Subito dopo ho rigiocato quell’istante per scoprire anche l’altro finale: un lungo e drammatico bacio tra le due che mi ha sciolto in lacrime.

Insomma, avere dubbi sulla sessualità delle protagoniste mi sembra inutile e sciocco. Chiediamoci invece se il racconto di due diciottenni che scoprono per la prima volta di amarsi e dover salvare il mondo (come eravamo convinti anche noi), restituisce un po’ di quel romanticismo, di quella sensualità e di quella tenerezza che noi brutte capre ormai invecchiate, non ricordiamo neppure se ci fanno un disegnino.
Io rispondo di sì, la restituisce eccome. E vi sto ammorbando con questo post per dirvi questo.

I giovini e le droghe.
Life is Strange 
racconta bene i giovani, le loro passioni e il loro stile di vita. Le droghe non sono demonizzate e viene raccontato l’uso e l’abuso che ne si fa: ci sono le canne nella cameretta di nascosto ai genitori e ci sono gli spacciatori che minacciano per i debiti, ma soprattutto ci sono persone che si approfittano dei deboli. La droga come sopraffazione, come divertimento di una generazione con pochi stimoli, ma anche come semplice e innocua trasgressione: decidete voi.

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Violenza e bullismo.
E infine il vero tema di Life is Strange: non l’omosessualità delle protagoniste, non la colonna sonora indie o la grafica hipster, ma il lato oscuro di una generazione che si misura con la contemporaneità.
Kate March è una timida amica di Max che viene drogata e violentata a una festa; ripresa con lo smartphone, subisce una campagna diffamatoria a mezzo social network che la porterà (almeno nella mia storyline) a suicidarsi davanti ai suoi compagni di scuola. Da qui una famiglia cattolica che, anche dopo la morte, la condanna, non la comprende, non la sostiene, si allontana.

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Il tema della violenza nei college americani ha dei numeri spaventosi. Il 20% delle ragazze ha subito violenza. Il 20%. Una ragazza su cinque.
Vuoi raccontare una generazione di ragazzi? Racconta quello che succede loro. Racconta la verità.

La conclusione del gioco stesso, con la risoluzione finale, rilancia una domanda che mi è risuonata nella mente per tutte le ore di gioco: i giovani hanno davvero una seconda possibilità? In un mondo in cui tutto è digitalmente eterno, in cui la propria reputazione fonda sull’insicurezza adolescenziale, in cui si scimmiottano comportamenti e soprusi di chi sembra sicuro e affermato, quanto margine di errore è previsto?

Quanto è difficile capire davvero chi si è? Cosa si diventerà? E se si sbaglia, si ha una seconda possibilità?

Potrei quindi anche raccontarvi che in alcuni episodi vi ritroverete a fare poche scelte e forse neppure così sostanziali, ma come potrebbe non piacervi il primo gioco che affronta tutto questo?

 

 

Star Wars: Luke Skywalker potrebbe essere gay, parola di Mark Hamill

domenica, marzo 6th, 2016 by geekqueer

(via bestmovie)

J.J. Abrams ha recentemente confermato il possibile arrivo di personaggi apertamente omosessuali nel futuro di Star Wars, e i fan stanno chiaramente iniziando a speculare su chi possano essere questi character, chiedendosi se in verità non siano già entrati in scena. La coppia più gettonata rimane quella formata da Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac), ma la new entry sull’argomento, pensate un po’, è niente di meno che il Luke Skywalker di Mark Hamill. E d’altronde, non è mai stata narrata nessuna sua storia d’amore e l’unica donna che ha baciato è sua sorella Leila.

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All’ennesimo tweet è lo stesso Mark Hamill che risponde diretto:

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Interpellato dal The Sun, ecco che cos’ha dichiarato l’attore in proposito: «Ho appena letto online che J.J. è molto aperto riguardo la cosa. I fan mi scrivono chiedendomi tutte quelle domande, “A scuola mi bulleggiano.. ho paura di fare coming out”. Mi dicono, “Luke potrebbe essere gay?”, e io dico che l’interpretazione dipende dallo spettatore. Se pensi che Luke sia gay, allora certamente lo è. Non dovresti vergognartene. Giudica Luke dal suo carattere, e non da chi ama».

Insomma, una risposta decisamente saggia dal maestro Jedi.

Fonte: The Sun 

Arriva in Italia Mr Robot: ecco l’intervista a Whiterose

giovedì, marzo 3rd, 2016 by geekqueer

<SPOILER, VI AVVERTO, QUESTA INTERVISTA È TUTTO UNO SPOILER>

Se siete tra i pochissimi che ancora non hanno visto le avventure di Elliot e della FSociety, vi consiglio di non perdere almeno l’adattamento italiano in onda su Mediaset Premium da questo mese.
Mr Robot è un serial TV thriller di fanta-politica, che stupisce con i suoi continui colpi di scena e oltre ad avere un transfert d’immedesimazione totale con il protagonista, ho compreso che era il mio telefilm preferito allo svelare del misterioso e onnipresente personaggio di WhiteRose, capo dei capi dei più pericolosi hacker del mondo è una donna transgender, interpretata dall’attore BD Wong.

Wong appare sullo schermo solo per tre minuti, ma vi assicuro che sono i tre minuti più intensi e tesi di tutta la serie, e il fatto che il suo personaggio sia transgender non è assolutamente casuale.

Il sito Vulture ha fatto una lunghissima intervista all’attore, che io qui solo per amor vostro vi ho tradotto. Per sdebitarvi, ricordatevi che la prossima settimana è il mio compleanno.

Quando ti hanno proposto di interpretare Whiterose?
Gli episodi 4 e 5 erano già stati girati quando ho firmato. Mi è stato detto che c’era questo telefilm di cui tutti parlavano, ma era già in produzione quando mi hanno chiamato.

Hai dovuto incontrare Sam (il regista), o hai accettato subito?

Ebbene, prima di tutto, non c’è stato un incontro. Non mi è stato nemmeno chiesto di fare un provino. Mi era stato chiesto di fare proprio questa parte. Ero molto nervoso. Ed è stato proprio nel bel mezzo di questa meravigliosa discussione sulle persone trans degli ultimi tempi.
Ho pensato subito, “io non voglio che sia il personaggio appariscente della trans cattiva. E non voglio essere semplicemente una trans cattiva. In più anche se non volevo che la parte andasse ad altri ho consigliato alla produzione di considerare qualche attrice transgender. Mi è stato poi detto che Sam (il regista) aveva già incontrato alcune attrici transgender, ma non era rimasto convinto. Non so perché mi stava chiedendo di farlo, e sinceramente avevo un po’ di resistenza.

Sam ha detto a BuzzFeed che aveva subito pensato a te per la parte di Whiterose, ma dal momento che pensava ancora a un personaggio biologicamente femminile, non ha mai formalizzato la richiesta. Ti ha mai spiegato perché ha pensato che tu fossi perfetto per il ruolo?
Non proprio. Quando i registi ti chiamano, non si sa mai da dove è arrivato il tuo nome. Tutto quello che so è che lui sembrava sinceramente convinto del mio nome. Forse perché con il mio ruolo in M.Butterfly mi sono avvicinato alla sua idea di Whiterose. Credo che pensasse a me come attore maschile, e che la mia sensibilità sarebbe stata giusta per il ruolo, la personalità della persona, indipendentemente dal suo sesso biologico. Fin quando Sam ha detto a sé stesso: Ehi aspetta, ma perché continuo a pensare in maniera così convenzionale ed etero-normativa?

Si tratta di una piccola parte, ma così importante per la trama dello show. Hai firmato a subito?
Innanzitutto, gli script sono molto segreti. Non mi hanno lasciato leggere la sceneggiatura, non mi hanno neppure lasciato leggere la scena precedente la mia parte! Non mi ha dato nulla, così ho cercato di carpire dal cervello di Sam cosa dovessi fare.
Non volevo essere un uomo travestito da donna, allontanandomi così da tutta la realtà delle persone transgender. È un ruolo importante ed è il motivo per cui ho accettato. Allora ho fatto molte domande a Sam: “Si tratta di un ragazzo che finge di essere una donna?” E lui: “No, no, no, no. Si tratta di una persona transgender”. “Come si capisce che è una persona trans?” e allora mi ha detto che lo show è il tipo di show in cui non spiegano le cose, ma si spera, nel modo in cui lo vogliamo fare, che sarà chiaro e senza inutili sovrastrutture a spiegare.

Che sembra essere un approccio non molto usato in televisione.
Di solito, quando rientri in una minoranza etnica o transgender, se sei in TV è perché SEI una minoranza etnica o transgender, è solo per quel motivo. È molto raro vedere un attore transgender che reciti la parte di un impiegato della drogheria, senza che dica: “Oh, guarda che io sono una persona trans”.
Non sono ancora pronti per questo.
 Oppure pensano che la nazione non sia pronta per questo. Sam mi ha solo detto, “Lei è transgender, ma il suo essere trans non significa niente in questo conntesto”.
Sam poi mi ha parlato dell’ironia di Whiterose quando è mascherata da uomo, e non del contrario.
 Alla fine della puntata, quando Whiterose incontra il CEO della EvilCorp, Philip Price, Whiterose non può sopprimere del tutto la sua femminilità. Questo è un concetto molto radicale, che non so se abbiamo mai visto prima. Ho fatto capire a Sam che non sono a mio agio con l’idea del travestirsi e mi ha detto: “Qui tutti sono mascherati, e Whiterose è mascherata da uomo d’affari, non il contrario”. Questo per me è stato un punto di vista interessante. Non so ancora cosa intenda con tutto questo, ma spero che dopo aver visto lo show sia più chiaro per tutti!

E ‘stato difficile recitare nei panni di Whiterose per queste due scene? E come ti sei preparato?
Ero completamente in corto circuito quando ho interpretato Whiterose nella sua prima scena. Non era la prima volta che interpretavo un personaggio del genere e non ho nessun problema a farlo, ma in questa occasione ero completamente sopraffatto: non sapevo di cosa stavo parlando!
Avevo visitato il set il giorno prima per prepararmi, e mi son seduto con Kurt Haas [coordinatore al copione dello show] nei camerini e gli ho chiesto: “So che non dovrei sapere cosa sta succedendo, ma non so cosa sta succedendo! Devi spiegarmi qualcosa altrimenti non so come recitare questa parte! Devi aiutarmi!”. Kurt allora mi ha raccontato che quello che succede negli episodi non ha nulla a che fare con Whiterose. Ci sono cose che sto imparando adesso mentre guardo la serie. Però mi ha spiegato tutta la collaborazione tra l’Esercito Oscuro e FSociety, e tra Raspberry Pi e l’Honeypot.

Quindi ci deve essere stata molta preparazione. 
Molta di più di quello che si potrebbe pensare di lei al primo sguardo. Sam è una di quelle persone che capisce la diversità. Quando si sta parlando di una donna trans, lui sa cosa significa. Ma io non lo conoscevo, quindi non sapevo se era cosciente di cosa comportava veramente. Gli ho chiesto, “Quando dici donna trans, vuoi dire che ha l’aspetto di una donna? Ha il seno? A che punto è della transizione?”.
L’ho tormentato con tutte queste domande, gli ho spiegato che non bastava che io mi vestissi da donna, bisognava costruire il mio personaggio, dare la forma giusta anche sotto i vestiti”. Per coincidenza, abbiamo concordato lo stesso tipo di acconciatura. Stavamo guardando le immagini di Diana Chen: lei è una donna d’affari molto forte e potente di Hong Kong, ma anche molto chic e molto femminile.


 

La scena è filata senza intoppi?
Le riprese sono durate tutta la notte, e sono così arrabbiato con Sam per non aver fatto un’inquadratura a figura intera! Ho avuto questi folli tacchi 12cm che nessuno ha mai visto, e li ho indossato per l’intera notte di riprese!

Non sapevo quello che stavo dicendo. Ho sbagliato un sacco di ciak, ho sbagliato molto più di quanto faccio di solito, cercando di ripetere solo le battute. Ho sudato mille camicie. Non riuscivo a ricordare qualcosa di semplice come il nome Terry Colby. Ricordo di aver detto “Ancora questo nome?”,  e tutto perché non sapevo nulla della storia! Continuavo a chiedere aiuto a Sam e lui ancora non poteva dirmi nulla. Lui invece era piuttosto rilassato, e non del tipo “Oh, mi dispiace tanto, non posso dirti di più”, bensì più del tipo Non ti dico niente! Io lo amo, e credo che lui sia incredibile, ma ho dovuto fare affidamento al mio autocontrollo per non uscire di testa.

Da qui in poi sarà più facile, ora abbiamo stabilito un valore estetico per il personaggio, e tutto il lavoro già fatto.

ÈÈ andata meglio invece la scena finale?
Sì, è andata molto, molto meglio, più agevolmente. È stata girato in una sola volta,  in uno di quei palazzi stile Gatsby Gold Coast, a Long Island. Ero completamente al buio, quando abbiamo girato. La scena è molto semplice e si stabilisce una connessione con chi sia Whiterose.

Sembra Whiterose, più di ogni altro personaggio, rappresenta la spinta del tentativo dello show di esaminare la propria identità.
L’idea è proprio questa, del “chi è chi?”. Elliot chiede “Chi sei?”, ma allo stesso tempo “Chi sono io?” e in alcuni casi, risultano essere la stessa cosa. Quello che Sam sta cominciando è una sorta di esplorazione, una comprensione ancora più profonda di questa identità. C’è una qualche ragione per cui Whiterose è la creatura che è. C’è una ragione che nessuno di noi conosce ancora. Sam la sa probabilmente. È il motivo della comprensione della propria identità, o la percezione di dell’identità di qualcun altro. Whiterose è le due facce di una stessa medaglia: “Da che parte stai?”.

Stai costruendo la tua carriera di attore con personaggi culto: Whiterose, Oz, Law & Order. Pensavi già che sarebbe andata così la tua carriera?
Ho sempre saputo che sarei stato più un caratterista che un attore principale, e ho sempre percorso questa strada. Ma andare oltre i personaggi è stato il mio obiettivo. Con Law & Order o anche la serie di film Jurassic, continuo interpretare ruoli ch emi piacciono ma ho sempre voluto fare qualcosa per esplorare il personaggio in maniera più profonda e spostare il limite un po’ più in là.

The Rocky Horror Picture Show arriva sul Touch-me-Touch-me-screen

giovedì, marzo 3rd, 2016 by geekqueer

Per chi ha letto il mio saggio Videogaymes non dirò nulla di nuovo, ma il gioco The Rocky Horror T.V. Show del Commodore 64 è stato per me la scintilla che mi ha portato ad aprire questo blog, scrivere saggi, fare conferenze, amare i videogiochi e i tacchi alti.
Dell’irresistibile musical ci sono state molte versioni oltre quella del CRL Group PLC: una monocromatica per lo ZX Spectrum, una più colorata del Commodore 128, per l’Amstrad CPC, quella del 1999 per PC The Rocky Interactive Horror Show, addirittura un board game trivial, però mai una versione per il mobile.

Ovvio quindi che questa notizia mi abbia fatto sudare le mani dall’emozione.

Nel 2017 uscirà per smartphone e tablet un nuovo gioco ispirato al musical The Rocky Horror Picture Show, col titolo di Touch-A, Touch-A Touch Me –proprio come la celebre canzone- che permetterà di impersonare un membro del cast teatrale alle prese con la messinscena dello spettacolo.

“Ella ed io, della Rocket Lolly Games ci stiamo impegnando davvero molto per portare questo gioco sul mercato, essendo noi stessi fan, crediamo di poterlo fare con la cura che merita. Molti brand sono cross-generazionale, ma pochi catturano l’immaginario collettivo come The Rocky Horror Show, ancora scandaloso dagli anni ’70 a oggi, ha detto Oscar Clark, regista e co-fondatore della Rocket Lolly Games.

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“Rocky racconta una storia di raggiungimento della maggiore età e della diversità; un accogliente e gioiosa esperienza che, essendo noi stessi fan del musical, abbiamo studiato con passione. Questa è l’opportunità di mostrare come un piccolo studio può rendere omaggio e splendore a un grande pezzo di storia”.

“Ho lavorato con Richard O’Brien su The Rocky Horror Show dal momento che tutto è cominciato. Rocky è stato realizzato come uno spettacolo teatrale, un film e anche un gioco per Commodore 64. Tuttavia, ora è il momento perfetto per essere ripensato per i nostri telefoni e tablet”, ha dichiarato Andy Leighton editore musicale del The Rocky Horror Show, “Ella e Oscar hanno una grande passione per questo progetto, e li rende di fatto le persone perfette per portare l’esperienza di gioco ad un nuovo pubblico”.

È possibile seguire l’andamento dei lavori su Twitter via @rocky_touchme o tramite l’hashtag #be_it.

Voglio essere come Jenny Beavan!

lunedì, febbraio 29th, 2016 by geekqueer

Sam Smith è il mio primo orgoglio in questa notte degli Oscar 2016, per aver ricordato chi è e cosa rappresenta.
“Ho letto che nessun uomo apertamente gay ha mai vinto un Oscar” ha detto, “che sia vero o meno, io voglio dedicare questo premio a tutta la comunità LGBT in tutto il mondo! Io sono qui su questo palco da fiero uomo gay e spero che un giorno vivremo tutti insieme nell’uguaglianza”.
Bravo lui, brava Lady Gaga che lo ha applaudito e baciato, uniti in una battaglia che ce li fa così amare (e no, non è stato il primo ma va bene uguale).

Ma volevo mostrarvi invece questo breve video, in cui una bravissima Jeanny Beavan (candidata 9 volte agli Oscar nella sua carriera) va a ritirare il suo premio.
Jenny è una dissidente, sicuramente della moda, e la sua walk of fame è circondata da uomini e donne che non applaudono e che la guardano imbarazzati.
Di tutte le immagini di questi Oscar che vedo oggi sui miei social network, io tengo questa, tengo l’espressione orgogliosa e soddisfatta di Jenny che col suo chiodo si volta a guardarli, sorride e poi va avanti a prendersi ciò che ha guadagnato col suo talento.
Io voglio essere come Jenny Beavan.