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Strage di Orlando: cerco un programma di rieducazione emozionale

mercoledì, giugno 15th, 2016 by geekqueer

Che la peggiore strage degli ultimi anni sia stato a scapito delle persone gay lesbiche e transessuali purtroppo non stupisce: l’odio per le persone LGBT è forse il più trasversale della nostra società.

Quello che è accaduto mi ha scosso profondamente: son giorni che non solo non riesco a godere dei momenti di riposo, il mio pensiero è fisso alle pagine dei giornali, alle foto e ai video in rete, ma soprattutto sento un forte senso di responsabilità per quello che è accaduto.

Dico responsabilità e penso a senso di colpa.

Perdonatemi se i concetti che esporrò possano sembrarvi scontati, inesatti o poco stimolanti, sto cercando come tutti di mettere ordine alla confusione emotiva della tragedia accaduta.

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A seguito dell’approvazione della legge ugualitaria per i matrimoni in US (come quella delle unioni civili qui in Italia), la questione lgbt non è mai stata così protagonista della cronaca. Immagino che la strage del Pulse di Orlando faccia parte di un colpo di coda, un ultimo tombino scoperchiato di resistenti all’ignoranza, al rifiuto, alla cecità di chi non vuole affrontare, misurarsi e infine comprendere.

È la stretta finale: abbiamo raggiunto traguardi che costringono anche chi non voleva, a fare i conti con la nostra visibilità e soprattutto con i loro demoni interiori. Martin Luter King fu assassinato quattro anni dopo l’approvazione del Civil Rights Act, quando l’America si avviava verso la completezza delle leggi antirazziali del 1968, quando la rivoluzione era ormai ovunque, inarrestabile.

Mi ritrovo a cercar di capire (che stanchezza, tocca sempre a noi capire?) quale sia il motore propulsivo di un’onda di violenza verbale che mi affoga quotidianamente con flusso costante.
Le barriere di cosa è lecito dire e cosa no, sono abbattute da tempo: pronunciare o scrivere determinati pensieri di odio vuol dire sdoganarli, farli entrare in una discussione che la storia ha già risolto e giudicato.
Che lo facciano poi politici, persone in vista e modelli anti-culturali inquina la lingua, infetta i pensieri. Peggio: giustifica il ripeterli.

Vedo compagni e compagne, amici e amiche, impegnarsi ore e ore a spiegare assurdamente a sordi impenitenti cosa sia violento e cosa no, chi discrimina e chi è discriminato, cos’è omofobo, transfobico e cosa no.
E soprattutto rimettere in discussione anche chi deve decidere su questo, in uno scambio di significanti in cui addirittura la vittima viene additata come discriminatore del carnefice perché si sottrae o difende.
Ma comprendo che il livello di preparazione culturale sia spaventoso e di una preoccupante povertà umana: vedo incapacità di empatia, un’ignoranza endemica irreprensibile, uno stallo che mi spaventa.

Ora mi autocommisererò per un momento.

Beati voi che vi sentite motivati dopo questa tragedia, io sono ferito, senza forze.
Beati voi che non sapete cosa significa leggere giudizi di morte ogni giorno.
Beati voi che alle foto delle vittime, non leggete il vostro nome sostituito a quelle didascalie.
I ho paura, altroché, e non che qualcuno possa uccidermi, ma perché sento che le mie armi hanno perso contro un fucile d’assalto. Questo sentimento di sconfitta mi spaventa.

Ho bisogno di un programma educativo emozionale che mi aiuti a rialzarmi.

Qualche giorno fa il mio amico Paolo ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una lista di film che descrivono la cultura lgbt degli ultimi anni, invitando tutti ad avvicinarsi ad essa. Un altro amico ha detto ai colleghi di essere gay e altri due hanno pubblicato la foto della loro proposta di matrimonio. L’ho trovato un tentativo di rieducazione, di raccogliere i pezzi, di scartare le lacrime e ritrovare la tenerezza.

È forse questa la soluzione? Dovremmo ricominciare forse ad educarci, tutti assieme, magari scrivere un programma di educazione sentimentale per noi stessi e per chi ci sta attorno?
Abbiamo una cultura che ci racconta, che ci rappresenta, che può consolarci, una cultura di coraggio e coming out; riniziamo ricordandoci chi siamo.
Fare coming out è affermazione di ciò che si è, è un buon punto di partenza, no?

Le 49 persone uccise e le 53 ferite al Pulse di Orlando sono state uccise non in quanto “persone” o “americane” (come ho letto da altri confusi indecisi tra lotta politica e aforismi da diari adolescenziali), bensì in quanto gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
È la nostra identità, non è un’etichetta, sono parole e le parole servono a comprendere. Le etichette sono scomode solo quando non le si possono cambiare e le nostre sigle sono tantissime, liquide, aperte. Sono parole così potenti che spingono persone a fare gesti folli pur di cancellarle.

Allora riniziamo daccapo, attuiamo questo programma: mi chiamo Luca e sono gay, anzi, sono orgoglioso di essere gay, proprio come le vittime del Pulse di Orlando.

 

The Sims 4 abbatte i confini di genere

giovedì, giugno 2nd, 2016 by geekqueer

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Guardate bene quest’immagine qui su, perché il genere fluido ha conquistato finalmente anche il gioco della Maxis. In realtà The Sims è sempre stato precursore di buoni costumi culturali e sperimentazioni di simulazione sociale: dalle unioni civili del secondo capitolo, al matrimonio egualitario del terzo. Ora l’ElectronicArts ha abbattuto l’ultima barriera, quella del genere.

 

In precedenza, i giochi Sims (tra cui il più recente capitolo, The Sims 4) hanno sempre limitato vestiti, acconciature e altre opzioni a un genere oppure ad un altro.

Oggi, l’Associated Press della Maxis ha rilasciato un aggiornamento che rimuoverà i confini di genere nella creazione del personaggio.
Indipendentemente dal sesso, in The Sims 4 si potrà intrecciare corpo, voce e abbigliamento di entrambi i sessi: i giocatori potranno ora cambiare generi del proprio Sims ogni volta che vorranno.

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Rachel Franklin, produttore esecutivo di The Sims 4, ha detto a BuzzFeed News: “Ci rendiamo conto che la diversità è bella e grande nel mondo – e il nostro lavoro è cercare di rifletterla che nel gioco.”
Franklin ha aggiunto che il team di progettazione che ha lavorato sull’aggiornamento nell’anno passato, ha lavorato fianco a fianco con la GLAAD per garantire un aggiornamento sensibile a tutti i giocatori del gioco – tra cui appunto i giocatori transgender.
“Siamo sempre felici di vedere come le persone utilizzano il gioco e come le persone giocano il gioco”, ha aggiunto.
“Noi vogliamo che siano in grado di trovare un modo per esprimere se stessi e la loro creatività e dare loro tutti gli strumenti possibili per farlo , per riflettere con precisione se stessi”.

La serie The Sims, come dicevo,  ha permesso relazioni dello stesso sesso sin dal primo gioco (anche se con dinamiche molto, molto difficili), ma transgender, queer, interesessuali e altre identificazioni di genere nel menu di gioco, sono territori nuovi.
E questo è davvero un grande passo.

Generalmente l’abbattimento dei limiti nel roster di personaggio era appannaggio dei MOD per PC (ne esiste uno per The Sims 4 che permette l’inserimento di peli e cicatrici per ricreare un avatar FtoM preciso nei minimi dettagli) , oppure  di sparuti giochi illuminati comealcuni DLC della serie Saints Row .

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C’è qualcosa che sta succedendo in questi ultimi tempi ed è una cosa che mi piace molto: ci stiamo riappropriando di ciò che ci è sempre appartenuto, la nostra rappresentazione. Perché se sei invisibile, come puoi far sentire la tua voce?

Mizhena e i bagni di Baldur’s Gate

lunedì, maggio 23rd, 2016 by geekqueer

In effetti sono un po’ confuso, la cronaca politica e sociale delle ultime settimane si innesta in questioni da wc: ma le persone transgender in che bagno devono andare?

E Mizhena di Faerun, deve chiedere il permesso ai videogiocatori quando le scappa la pipì? Ma davvero nel 2016 la Generazione Z s’infiamma di reazioni così violente per una sfumatura di sessualità?
Su la Stampa, Dario Marchetti ci racconta cosa è successo.

Gay, bi, trans e non solo: le mille sfumature della sessualità nei videogiochi
L’arrivo di un personaggio transgender nel titolo Baldur’s Gate ha fatto infuriare migliaia di giocatori. Ma l’identità sessuale nei videogame è un tema discusso fin dagli anni ‘80

Mizhena è una transessuale. Solo che invece che a Parigi, Milano o New York, vive in una piccola città del regno di Faerun, l’ambientazione che fa da sfondo al videogioco di ruolo Baldur’s Gate. Ma per quanto digitale, l’esistenza stessa di Mizhena ha dato vita a una serie di polemiche piuttosto reali, portando molti giocatori a criticare duramente gli sviluppatori del titolo. “Il gioco mi piace, ma perché ci avete ficcato dentro tutti questi temi di giustizia sociale?”, scrive in Rete l’utente King Midas, mentre su Madness non gradisce “questa roba da politiche gender. Non voglio avere a che fare con questa merda che rovina l’immersività del gioco”.

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Come a dire che in un mondo fatto di elfi, mostri, draghi e magie sia, guarda un po’, proprio un transessuale a stonare con l’atmosfera del gioco. Un’accusa del tutto infondata visto che, solo se interrogata dai giocatori, Mizhena si limita a spiegare di essere “nata maschio, e cresciuta come tale dai miei genitori. Col tempo, ho capito invece di essere una donna: ho creato il mio nome usando sillabe proveniente da varie lingue. Riflette pienamente ciò che davvero sono”.

Certo, nonostante la pioggia di commenti negativi sparsi in Rete, le critiche di questo tipo sono solo una piccolissima parte. Ciò non toglie però che nel mondo dei videogame ci sia ancora un tabù che riguarda l’esistenza di personaggi gay, bisessuali o transessuali. Una simile polemica si era infatti già scatenata qualche anno fa, quando nel gioco di ruolo Dragon Age: Inquisition fu inserito Dorian, un mago elementale che aveva l’unica colpa di essere omosessuale. Allora come oggi, buona parte dei giocatori andò su tutte le furie, con migliaia di lettere spedite agli sviluppatori al grido di “non voglio che mio figlio sia esposto a contenuti omosessuali”, accusando l’editore Electronic Arts di essere vittima delle famigerate “lobby gay”, spesso evocate anche dai politici nostrani.

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Ma l’unica critica davvero sensata, portata avanti da anche molti membri della comunità LGBT, è che spesso questi personaggi non siano scritti poi così bene, trasformando omosessuali e transessuali in stereotipi digitali viventi che niente hanno a che fare con le persone reali. Un problema che però riguarda i videogame a 360 gradi, visto che anche gli etero si vedono spesso rappresentati come montagne di muscoli semoventi o eroine sexy dal fisico perfetto.

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In ogni caso, gay, bisessuali e transessuali sono presenti nel mondo dei videogiochi da molto più tempo di quanto non si creda (…) E non c’è niente di strano: i videogiochi, così come i libri, i film, i fumetti e persino i cartoni animati, ci raccontano non solo il mondo che vorremmo, ma anche il mondo reale, così com’è lì fuori, nella vita di tutti i giorni. Che vi piaccia o meno.

Glielo perdoniamo a Dario il fatto che non conosce Geekqueer o Videogaymes? 😉

Star Wars: Luke Skywalker potrebbe essere gay, parola di Mark Hamill

domenica, marzo 6th, 2016 by geekqueer

(via bestmovie)

J.J. Abrams ha recentemente confermato il possibile arrivo di personaggi apertamente omosessuali nel futuro di Star Wars, e i fan stanno chiaramente iniziando a speculare su chi possano essere questi character, chiedendosi se in verità non siano già entrati in scena. La coppia più gettonata rimane quella formata da Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac), ma la new entry sull’argomento, pensate un po’, è niente di meno che il Luke Skywalker di Mark Hamill. E d’altronde, non è mai stata narrata nessuna sua storia d’amore e l’unica donna che ha baciato è sua sorella Leila.

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All’ennesimo tweet è lo stesso Mark Hamill che risponde diretto:

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Interpellato dal The Sun, ecco che cos’ha dichiarato l’attore in proposito: «Ho appena letto online che J.J. è molto aperto riguardo la cosa. I fan mi scrivono chiedendomi tutte quelle domande, “A scuola mi bulleggiano.. ho paura di fare coming out”. Mi dicono, “Luke potrebbe essere gay?”, e io dico che l’interpretazione dipende dallo spettatore. Se pensi che Luke sia gay, allora certamente lo è. Non dovresti vergognartene. Giudica Luke dal suo carattere, e non da chi ama».

Insomma, una risposta decisamente saggia dal maestro Jedi.

Fonte: The Sun 

Arriva in Italia Mr Robot: ecco l’intervista a Whiterose

giovedì, marzo 3rd, 2016 by geekqueer

<SPOILER, VI AVVERTO, QUESTA INTERVISTA È TUTTO UNO SPOILER>

Se siete tra i pochissimi che ancora non hanno visto le avventure di Elliot e della FSociety, vi consiglio di non perdere almeno l’adattamento italiano in onda su Mediaset Premium da questo mese.
Mr Robot è un serial TV thriller di fanta-politica, che stupisce con i suoi continui colpi di scena e oltre ad avere un transfert d’immedesimazione totale con il protagonista, ho compreso che era il mio telefilm preferito allo svelare del misterioso e onnipresente personaggio di WhiteRose, capo dei capi dei più pericolosi hacker del mondo è una donna transgender, interpretata dall’attore BD Wong.

Wong appare sullo schermo solo per tre minuti, ma vi assicuro che sono i tre minuti più intensi e tesi di tutta la serie, e il fatto che il suo personaggio sia transgender non è assolutamente casuale.

Il sito Vulture ha fatto una lunghissima intervista all’attore, che io qui solo per amor vostro vi ho tradotto. Per sdebitarvi, ricordatevi che la prossima settimana è il mio compleanno.

Quando ti hanno proposto di interpretare Whiterose?
Gli episodi 4 e 5 erano già stati girati quando ho firmato. Mi è stato detto che c’era questo telefilm di cui tutti parlavano, ma era già in produzione quando mi hanno chiamato.

Hai dovuto incontrare Sam (il regista), o hai accettato subito?

Ebbene, prima di tutto, non c’è stato un incontro. Non mi è stato nemmeno chiesto di fare un provino. Mi era stato chiesto di fare proprio questa parte. Ero molto nervoso. Ed è stato proprio nel bel mezzo di questa meravigliosa discussione sulle persone trans degli ultimi tempi.
Ho pensato subito, “io non voglio che sia il personaggio appariscente della trans cattiva. E non voglio essere semplicemente una trans cattiva. In più anche se non volevo che la parte andasse ad altri ho consigliato alla produzione di considerare qualche attrice transgender. Mi è stato poi detto che Sam (il regista) aveva già incontrato alcune attrici transgender, ma non era rimasto convinto. Non so perché mi stava chiedendo di farlo, e sinceramente avevo un po’ di resistenza.

Sam ha detto a BuzzFeed che aveva subito pensato a te per la parte di Whiterose, ma dal momento che pensava ancora a un personaggio biologicamente femminile, non ha mai formalizzato la richiesta. Ti ha mai spiegato perché ha pensato che tu fossi perfetto per il ruolo?
Non proprio. Quando i registi ti chiamano, non si sa mai da dove è arrivato il tuo nome. Tutto quello che so è che lui sembrava sinceramente convinto del mio nome. Forse perché con il mio ruolo in M.Butterfly mi sono avvicinato alla sua idea di Whiterose. Credo che pensasse a me come attore maschile, e che la mia sensibilità sarebbe stata giusta per il ruolo, la personalità della persona, indipendentemente dal suo sesso biologico. Fin quando Sam ha detto a sé stesso: Ehi aspetta, ma perché continuo a pensare in maniera così convenzionale ed etero-normativa?

Si tratta di una piccola parte, ma così importante per la trama dello show. Hai firmato a subito?
Innanzitutto, gli script sono molto segreti. Non mi hanno lasciato leggere la sceneggiatura, non mi hanno neppure lasciato leggere la scena precedente la mia parte! Non mi ha dato nulla, così ho cercato di carpire dal cervello di Sam cosa dovessi fare.
Non volevo essere un uomo travestito da donna, allontanandomi così da tutta la realtà delle persone transgender. È un ruolo importante ed è il motivo per cui ho accettato. Allora ho fatto molte domande a Sam: “Si tratta di un ragazzo che finge di essere una donna?” E lui: “No, no, no, no. Si tratta di una persona transgender”. “Come si capisce che è una persona trans?” e allora mi ha detto che lo show è il tipo di show in cui non spiegano le cose, ma si spera, nel modo in cui lo vogliamo fare, che sarà chiaro e senza inutili sovrastrutture a spiegare.

Che sembra essere un approccio non molto usato in televisione.
Di solito, quando rientri in una minoranza etnica o transgender, se sei in TV è perché SEI una minoranza etnica o transgender, è solo per quel motivo. È molto raro vedere un attore transgender che reciti la parte di un impiegato della drogheria, senza che dica: “Oh, guarda che io sono una persona trans”.
Non sono ancora pronti per questo.
 Oppure pensano che la nazione non sia pronta per questo. Sam mi ha solo detto, “Lei è transgender, ma il suo essere trans non significa niente in questo conntesto”.
Sam poi mi ha parlato dell’ironia di Whiterose quando è mascherata da uomo, e non del contrario.
 Alla fine della puntata, quando Whiterose incontra il CEO della EvilCorp, Philip Price, Whiterose non può sopprimere del tutto la sua femminilità. Questo è un concetto molto radicale, che non so se abbiamo mai visto prima. Ho fatto capire a Sam che non sono a mio agio con l’idea del travestirsi e mi ha detto: “Qui tutti sono mascherati, e Whiterose è mascherata da uomo d’affari, non il contrario”. Questo per me è stato un punto di vista interessante. Non so ancora cosa intenda con tutto questo, ma spero che dopo aver visto lo show sia più chiaro per tutti!

E ‘stato difficile recitare nei panni di Whiterose per queste due scene? E come ti sei preparato?
Ero completamente in corto circuito quando ho interpretato Whiterose nella sua prima scena. Non era la prima volta che interpretavo un personaggio del genere e non ho nessun problema a farlo, ma in questa occasione ero completamente sopraffatto: non sapevo di cosa stavo parlando!
Avevo visitato il set il giorno prima per prepararmi, e mi son seduto con Kurt Haas [coordinatore al copione dello show] nei camerini e gli ho chiesto: “So che non dovrei sapere cosa sta succedendo, ma non so cosa sta succedendo! Devi spiegarmi qualcosa altrimenti non so come recitare questa parte! Devi aiutarmi!”. Kurt allora mi ha raccontato che quello che succede negli episodi non ha nulla a che fare con Whiterose. Ci sono cose che sto imparando adesso mentre guardo la serie. Però mi ha spiegato tutta la collaborazione tra l’Esercito Oscuro e FSociety, e tra Raspberry Pi e l’Honeypot.

Quindi ci deve essere stata molta preparazione. 
Molta di più di quello che si potrebbe pensare di lei al primo sguardo. Sam è una di quelle persone che capisce la diversità. Quando si sta parlando di una donna trans, lui sa cosa significa. Ma io non lo conoscevo, quindi non sapevo se era cosciente di cosa comportava veramente. Gli ho chiesto, “Quando dici donna trans, vuoi dire che ha l’aspetto di una donna? Ha il seno? A che punto è della transizione?”.
L’ho tormentato con tutte queste domande, gli ho spiegato che non bastava che io mi vestissi da donna, bisognava costruire il mio personaggio, dare la forma giusta anche sotto i vestiti”. Per coincidenza, abbiamo concordato lo stesso tipo di acconciatura. Stavamo guardando le immagini di Diana Chen: lei è una donna d’affari molto forte e potente di Hong Kong, ma anche molto chic e molto femminile.


 

La scena è filata senza intoppi?
Le riprese sono durate tutta la notte, e sono così arrabbiato con Sam per non aver fatto un’inquadratura a figura intera! Ho avuto questi folli tacchi 12cm che nessuno ha mai visto, e li ho indossato per l’intera notte di riprese!

Non sapevo quello che stavo dicendo. Ho sbagliato un sacco di ciak, ho sbagliato molto più di quanto faccio di solito, cercando di ripetere solo le battute. Ho sudato mille camicie. Non riuscivo a ricordare qualcosa di semplice come il nome Terry Colby. Ricordo di aver detto “Ancora questo nome?”,  e tutto perché non sapevo nulla della storia! Continuavo a chiedere aiuto a Sam e lui ancora non poteva dirmi nulla. Lui invece era piuttosto rilassato, e non del tipo “Oh, mi dispiace tanto, non posso dirti di più”, bensì più del tipo Non ti dico niente! Io lo amo, e credo che lui sia incredibile, ma ho dovuto fare affidamento al mio autocontrollo per non uscire di testa.

Da qui in poi sarà più facile, ora abbiamo stabilito un valore estetico per il personaggio, e tutto il lavoro già fatto.

ÈÈ andata meglio invece la scena finale?
Sì, è andata molto, molto meglio, più agevolmente. È stata girato in una sola volta,  in uno di quei palazzi stile Gatsby Gold Coast, a Long Island. Ero completamente al buio, quando abbiamo girato. La scena è molto semplice e si stabilisce una connessione con chi sia Whiterose.

Sembra Whiterose, più di ogni altro personaggio, rappresenta la spinta del tentativo dello show di esaminare la propria identità.
L’idea è proprio questa, del “chi è chi?”. Elliot chiede “Chi sei?”, ma allo stesso tempo “Chi sono io?” e in alcuni casi, risultano essere la stessa cosa. Quello che Sam sta cominciando è una sorta di esplorazione, una comprensione ancora più profonda di questa identità. C’è una qualche ragione per cui Whiterose è la creatura che è. C’è una ragione che nessuno di noi conosce ancora. Sam la sa probabilmente. È il motivo della comprensione della propria identità, o la percezione di dell’identità di qualcun altro. Whiterose è le due facce di una stessa medaglia: “Da che parte stai?”.

Stai costruendo la tua carriera di attore con personaggi culto: Whiterose, Oz, Law & Order. Pensavi già che sarebbe andata così la tua carriera?
Ho sempre saputo che sarei stato più un caratterista che un attore principale, e ho sempre percorso questa strada. Ma andare oltre i personaggi è stato il mio obiettivo. Con Law & Order o anche la serie di film Jurassic, continuo interpretare ruoli ch emi piacciono ma ho sempre voluto fare qualcosa per esplorare il personaggio in maniera più profonda e spostare il limite un po’ più in là.

The Rocky Horror Picture Show arriva sul Touch-me-Touch-me-screen

giovedì, marzo 3rd, 2016 by geekqueer

Per chi ha letto il mio saggio Videogaymes non dirò nulla di nuovo, ma il gioco The Rocky Horror T.V. Show del Commodore 64 è stato per me la scintilla che mi ha portato ad aprire questo blog, scrivere saggi, fare conferenze, amare i videogiochi e i tacchi alti.
Dell’irresistibile musical ci sono state molte versioni oltre quella del CRL Group PLC: una monocromatica per lo ZX Spectrum, una più colorata del Commodore 128, per l’Amstrad CPC, quella del 1999 per PC The Rocky Interactive Horror Show, addirittura un board game trivial, però mai una versione per il mobile.

Ovvio quindi che questa notizia mi abbia fatto sudare le mani dall’emozione.

Nel 2017 uscirà per smartphone e tablet un nuovo gioco ispirato al musical The Rocky Horror Picture Show, col titolo di Touch-A, Touch-A Touch Me –proprio come la celebre canzone- che permetterà di impersonare un membro del cast teatrale alle prese con la messinscena dello spettacolo.

“Ella ed io, della Rocket Lolly Games ci stiamo impegnando davvero molto per portare questo gioco sul mercato, essendo noi stessi fan, crediamo di poterlo fare con la cura che merita. Molti brand sono cross-generazionale, ma pochi catturano l’immaginario collettivo come The Rocky Horror Show, ancora scandaloso dagli anni ’70 a oggi, ha detto Oscar Clark, regista e co-fondatore della Rocket Lolly Games.

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“Rocky racconta una storia di raggiungimento della maggiore età e della diversità; un accogliente e gioiosa esperienza che, essendo noi stessi fan del musical, abbiamo studiato con passione. Questa è l’opportunità di mostrare come un piccolo studio può rendere omaggio e splendore a un grande pezzo di storia”.

“Ho lavorato con Richard O’Brien su The Rocky Horror Show dal momento che tutto è cominciato. Rocky è stato realizzato come uno spettacolo teatrale, un film e anche un gioco per Commodore 64. Tuttavia, ora è il momento perfetto per essere ripensato per i nostri telefoni e tablet”, ha dichiarato Andy Leighton editore musicale del The Rocky Horror Show, “Ella e Oscar hanno una grande passione per questo progetto, e li rende di fatto le persone perfette per portare l’esperienza di gioco ad un nuovo pubblico”.

È possibile seguire l’andamento dei lavori su Twitter via @rocky_touchme o tramite l’hashtag #be_it.

Marchi gayfriendly sui social network: il caso #FamilyDay

sabato, gennaio 30th, 2016 by geekqueer

Cosa succede sui social? Perché tanti brand hanno iniziato a occuparsi -o meglio- utilizzare canali di comunicazione, linguaggi e soggetti cari alla comunità LGBT? Per vendere di più? Ovviamente sì, ma non solo, ed è questa la parte che mi interessa discutere.

Il fine ultimo del marketing è vendere il prodotto, su questo non c’è dubbio, ma ciò non vuol dire che ogni operazione di marketing abbia come obiettivo quello di vendere più bottiglie o più biscotti.
La comunicazione Facebook di IKEA pensata per il #familyday non è stata creata per vendere più tavolinetti LACK questo sabato, a ignare e boccalone coppie gay, e la stessa cosa vale per l’AcquaVitasnella che dubito sia stata acquistata oggi da gruppi organizzati di lesbiche in spedizione d’acquisto.

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Ogni azienda per poter comunicare i propri valori, la propria storia e quella dei suoi prodotti, ha bisogno di una Brand Identity, un’identità che sia riconoscibile e coerente. Si personifica un marchio affinché si possa empatizzare con esso.

La costruzione dell’identità di IKEA passa attraverso la casa di tutti, quella svedese, quella democratica; l’AcquaVitasnella negli ultimi anni sta cercando di far dimenticare il nome “snella” che si porta dietro dagli anni ’80 in cui la bellezza fisica era un valore indiscusso e oggi fortunatamente discutibile, per affrancarsi in un’accettazione personale di sé.
E la COOP è la COOP, sei tu, sono io, siamo tutti.
Questi tre esempi hanno fatto della diversità e dell’inclusione uno dei tanti mattoncini della loro identità e personalità.

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Cogliere l’occasione dalla cronaca, o meglio, dalla quotidianità per affermare la propria identità, raccontarla nuovamente, confermarla, è un lavoro di marketing che si sta sviluppando in questi ultimissimi anni, appunto sui social network (lo chiamano “real marketing”), ed è importante perché è nella vicinanza della quotidianità che io ritrovo quell’empatia.

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Criticare un brand perché strumentalmente utilizza battaglie civli per vendere il prodotto, mi pare fuori fuoco.
Mi chiedo: se devo costruire la storia di un brand perché non vuoi che abbia valori di uguaglianza e inclusione?
Dovrei comprare una libreria Billy solo perché l’IKEA è aperta a tutti i suoi clienti, basta che paghino? Ma nel mercato tutto si paga, altrimenti non si chiamerebbe mercato e si chiamerebbe “festa di compleanno in cui si portano i regali”.
Ma quindi Vitasnella non mi sta vendendo l’acqua con quella pubblicità? Ti sta vendendo la sua storia, il suo marchio, affinché tu possa scegliere al momento dell’acquisto; e non lo sta dicendo solo alle persone LGBT, lo sta dicendo a tutti.
Quindi la domanda secondo me è: nel momento dell’acquisto -e quindi del bisogno- a chi voglio dare i miei i soldi? Io preferisco darli a chi mi somiglia, soprattutto nelle idee.
E voi?

Lightning di Final Fantasy testimonial 2016 per Louis Vuitton

giovedì, dicembre 31st, 2015 by geekqueer

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Come fece Prada nel 2013, anche Louis Vuitton cede al fascino dei personaggi della serie della Square Enix: sul canale Instagram del direttore creativo Nicolas Ghesquiere è stato pubblicato il video Lightning by Tetsuya Nomura per la Louis Vuitton SERIES 4.
La bellissima Claire Farron detta Lightning si riconferma testimonial perfetto e contemporaneo, valicando i confini sempre più sottili tra nerd & fashion.

 

Un personaggio gay nella saga di Star Wars, l’autore risponde.

venerdì, settembre 11th, 2015 by geekqueer

(L’articolo è ripreso da Lezpop) LEGGETE LEZPOP!

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Negli Stati Uniti è uscito a luglio, Star Wars: Aftermath, il nuovo romanzo della saga scritto da Chuck Wendig, che racconta i fatti accaduti dopo Il Ritorno dello Jedi. Uno dei personaggi del libro è Sinjir Rath Velus ed è apertamente gay. Su Amazon, alcuni fan della saga non hanno gradito l’inserimento di un personaggio gay e hanno dato fiato all’omofobia più becera.

Tra questi, un certo Georgio accusa la Disney (che pubblica il romanzo) di «volerci fare ingoiare la diversità a tutti i costi. Non mi piace l’inclusione di così tanti personaggi gay, perché per me l’omosessualità non è normale. La sodomia non è normale e sono stanco di questi media liberal che vogliono farci accettare questo tipo di vita». Tra i blogger appassionati della saga, Earl Hall sostiene che «tutti ora stanno salendo sul carrozzone di Caitlyn Jenner» e si chiese se sia necessario avere diversi tipi di personaggi, perché la cosa più fastidiosa è che «questi gruppi stanno facendo di tutto per farmi accettare una tendenza sessuale»

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Ma Chuck Wendig ha dato loro la miglior risposta possibile. Rimanendo ancorato al mondo di Star Wars, ha scritto sul suo blog:

“Se siete arrabbiati perché ho messo un protagonista gay nel romanzo, non posso farci niente. Mi dispiace, dinosauri lagnosi, il meteorite sta arrivando. Ed è un meteorite Nyan Cat favolosamente gay con una scia arcobaleno dietro di lui e il vostro modo di ragionare si estinguerà. Voi non siete l’Alleanza Ribelle. Non siete i buoni. Siete il fottuto Impero. Siete un Impero di merda, totalitario ed oppressivo. Se riuscite ad immaginare un mondo in cui Luke Skywalker possa essere infastidito dalla gente gay, non avete capito nulla di Star Wars. Sarebbe come cercare di rappresentare Gesù mentre picchia un lebbroso invece di guarirlo. Smettetela di essere l’Impero. Unitevi all’Alleanza Ribelle. Abbiamo amore, integrazione, musica grandiosa e droidi carini”.

 

Sense 8: la connessione che stavo aspettando

mercoledì, luglio 1st, 2015 by geekqueer

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Netflix ha pubblicato sulla sua piattaforma americana l’attesa serie di fantascienza SENSE 8.
Perché attesa?
Perché l’aspettavo io.
E perché alla sceneggiatura tornano i fratelli Lana e Andy Wachowski, e in più li affianca lo sceneggiatore Marvel, J. Michael Straczynski.

Io ho un debole per i Wachowski, ho un debole per la fantascienza e ho un debole per Lana, per il suo percorso da transgender, per il suo attivismo e per il bellissimo discorso che fece all’HCR Visibility Award.
Ma era altro che stavo aspettando.

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Sense 8 tratta di 8 persone disseminate per il mondo che a un certo punto scoprono di essere connesse tra loro: c’è un giovane autista di Nairobi, un ladro berlinese, una farmacista indiana, una donna d’affari coreana e un poliziotto bono di Chicago che sta sempre a petto nudo.
E poi ancora ci sono Riley Blue, una DJ islandese, Nomi Marks, un’ex hacker ora blogger transessuale, che abita a San Francisco e Lito Rodriguez un famoso attore messicano, gay velato.

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Benché Lito abbia un fidanzato con cui fa a gara a chi sia più sexy, il personaggio di Nomi è quello che aspettavo da tempo. Aspettavo che la scrittura di Lana si permeasse della sua esperienza; aspettavo che la scrittura “di genere” potesse trovare un lato più emotivo e aspirazionale; aspettavo che la fantascienza potesse trattare temi come l’identità di genere e l’orientamento sessuale in modo contemporaneo e non scontato.

Ecco il personaggio di Nomi è quello che stavo aspettando.

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Sense 8 non parla solo di connessioni, di questo futuro che viviamo fatto di internet, di wifi, di social network, di noi che prendiamo la metro e non ci guardiamo in faccia e tutto il solito blablabla.
Sense 8 parla di una connessione che è fatta di emozioni, di persone che “chissà perché” a un certo punto guardano con gli occhi di un altro, sentono con la pelle di un altro, vivono le emozioni di un altro, anche se quest’altro non è propriamente vicino.
E quindi alla fine ho capito che Sense 8 più che parlare di connessione, parla di empatia, della capacità di mettersi nei panni dell’altro, capire i suoi problemi, le sue difficoltà, la sua vita.
Che forse è questo il vero significato di “connessione”.
Che forse è questa la vera “fantascienza”, perché è sempre più raro, sempre più difficile capire gli altri.
E Lana non poteva perdere quest’occasione, non poteva perdere la possibilità di far vivere la sua esperienza, e quella di altre persone LGBT, ai suoi spettatori.

Nella seconda puntata, il personaggio di Nomi registra un videopost sul Pride a cui parteciperà da lì a poco con la sua bellissima fidanzata. Ve lo metto qui senza nessuno spoiler.
Ecco, è questo quello che stavo aspettando.